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LA PSICOTERAPIA ONLINE NON SI IMPROVVISA

11 Novembre 2025

LA PSICOTERAPIA ONLINE NON SI IMPROVVISA

Ho iniziato ad effettuare “terapie a distanza “nel 2005 al verificarsi di circostanze inattese.

Si trattava di miei pazienti che, per motivi familiari, e di studio si stavano trasferendo in altri paesi, definitivamente o per lunghi periodi.

Dopo molta riflessione e molti confronti con loro, mi sono resa   disponibile alla richiesta di continuare la terapia online e ci siamo riservati di valutare insieme l’efficacia di questa modalità.

Anzi, al tempo, non si trattava neanche di online.

Per quanto riguarda la prima volta, si trattava di sedute telefoniche.

All’epoca, ero assolutamente stanziale da circa 20 anni nel mio studio romano, con un setting rigorosamente analitico e dunque senza alcuna rete teorica a sostegno di questo “nuovo setting” in spazi, appunto, dislocati.

Questo inizio, questa   sperimentazione, mi apparivano tuttavia come unica possibilità per continuare a garantire   loro   uno spazio di ascolto peraltro in un momento di cambiamento cosi' importante per loro.

Pian piano, con una attenzione costante, alle risonanze che questa radicale trasformazione andava determinando nel "nuovo setting, per loro e per me, l’esperienza è andata avanti.

Circa 3 anni dopo, nel 2008 sono stata contattata da una persona, (inviata da una collega che era a conoscenza della esperienza che stavo conducendo) da più di 10 anni impegnata in attività professionali all’ estero.

Il suo lavoro   richiedeva frequenti spostamenti e non avrebbe previsto   un rientro in Italia.

Mi dice di essere in un momento di grave difficoltà e sofferenza personale, di aver fatto un tentativo di psicoterapia in lingua inglese   con una terapeuta del posto ma di averla interrotta dopo circa un anno per una serie di difficoltà che rendevano per lei impossibile entrare in quella condizione di relazione ed alleanza terapeutica, indispensabile alla realizzazione di un lavoro psicologico.

Per quanto, infatti lei parli ovviamente perfettamente l’inglese, sentiva che nella condivisione di emozioni e nel racconto di una storia personale, si determinava una intraducibilità di questi in un’altra lingua.

Inoltre, la ovvia differenza di appartenenza culturale determinava   frequentemente una incomprensione ed uno slittamento di contesti che rendeva per lei emozionalmente difficile sentirsi compresa.

Mi dice anche “… mi sono spesso chiesta, in questi ultimi tempi come sia possibile per noi italiani che lavoriamo e viviamo in giro per il mondo, e siamo tanti, farci aiutare se stiamo male…”

Su questo commento nel commiato ho iniziato a riflettere e, a quel punto ho iniziato a pensare di costruire le condizioni per intraprendere una parte di lavoro che potesse andare ad incontrare anche “corpi mai conosciuti”, persone che non avevano e non avrebbero mai abitato e condiviso con me lo spazio fisico della stanza d’analisi il che si sarebbe costituita, come una assoluta novità per me.

Ricreare la dimensione dell’ascolto, di un ascolto “analitico”, in assenza dell’altro, in una dislocazione, in una di-stanza che non compromettesse la condizione di vicinanza e relazione, necessaria a tale ascolto rinunciando alla comunicazione potente che la presenza del corpo impone alla relazione.

Da quel momento, è iniziato anche, un faticoso e “impervio” percorso di ricerca di esperienze e letteratura, (nulla nel nostro paese), di tentativi di condivisione della pratica clinica con altri colleghi.

L’esperienza di questi nuovi percorsi,  ha attivato infinite riflessioni e la consapevolezza che un ascolto empatico sarebbe stato possibile solo se io mi fossi permessa di uscire dalla stanzialità fisica, temporale ed emotiva nella quale avevo sempre alloggiato, per “dislocarmi empaticamente nei luoghi dell’altro, nei tempi dell’altro, riuscendo ad immaginarne e condividerne i contesti, le esperienze, i linguaggi, le relazioni e i legami , tutto quello che, costantemente, dovevano  intentare per costruire e definire una possibilità di nuove appartenenze, spesso, di volta in volta, provvisorie.

Ho tentato da allora di cimentarmi con questo dovendo ricorrere per affrontarne la pensabilità ad alcuni ancoraggi che potessi ritenere saldi e non mediabili (con me stessa ovviamente).

-la assoluta necessità che una terapia si realizzi fra interlocutori che parlano la stessa lingua e che questa lingua sia la lingua madre

-il riconoscimento di una domanda e di un bisogno di sostegno e di aiuto psicologico da parte di persone che per motivi personali e professionali, hanno scelto o sono state costrette a vivere, spesso per lunghi periodi o definitivamente in luoghi diversi dal loro paese di origine

Mi appariva evidente, infatti, come una esperienza di sradicamento dai propri luoghi, affetti e relazioni, pur vissuta come prospettiva di realizzazione professionale e personale, si potesse costituire come momento delicato e sensibile di estrema (e spesso inconsapevole) destabilizzazione che poteva riguardare sia individui che interi nuclei familiari.

Lo stress della dislocazione fisica e talvolta temporale, dell’impatto con nuove culture e linguaggi, del “lavoro” per avviare nuove appartenenze, e per rispondere ad aspettative non più prevedibili, puo' originare condizioni di fragilita' e vulnerabilita' scompensando lo stesso assetto identitario di una persona.

Ancor più delicato e con maggior rischio se questo riguardava bambini o adolescenti.

Si trattava di riuscire a ricreare un luogo dell’incontro, dell’ascolto e della relazione con sé stesso e con l’altro per rispondere alla richiesta di aiuto e superare il limite che impone la dislocazione spaziale e fisica.

Era necessario   attrezzarsi all’utilizzo di nuovi strumenti di competenza e pensabilita' che avrebbero mediato la comunicazione fra me e loro, tentando di mantenere inalterata la profondità della relazione.

Per corrispondere a questa domanda mi sembrava indispensabile allestire e quindi fondare/ ideare un “nuovo setting”, virtuale ma assolutamente rigoroso, che consentisse l’incontro e rendesse possibile “l’ascolto”.

Nella terapia online infatti, quello che definiamo setting, che altro non e’ se non il “contenitore” della relazione con il paziente, lo spazio protetto che accoglie l’ascolto e l’alleanza necessaria al percorso che terapeuta e paziente si accingono a condividere, cambia radicalmente.

Quando parlo di cambiamento parlo quindi della pensabilità stessa di cosa debba essere messo a fuoco, per consentire l’instaurarsi della relazione e dell’alleanza terapeutica che ne garantiscono l’efficacia.

Parlo quindi del disagio del terapeuta, (il mio disagio) che scopre, disorientato, la emergente necessità di trasformare le forme terapeutiche tradizionali, non ancora compatibili ed attrezzate a far fronte a nuove domande o forse, in realtà, ad antiche e sempre uguali domande, che si muovono però oggi all’interno di contesti comunicativi assolutamente inediti.

Il luogo protetto, consueto e rassicurante dello “spazio-setting fisico” che fino ad oggi è stato l’esclusivo luogo dell’incontro, dell’ascolto e della relazione con sé stesso e con l’altro, rischia di venire   travolto-stra-volto, dalla urgenza di una richiesta che impone al contrario la dislocazione spaziale e fisica.

La necessità allora di predisporsi a ripensare tutto di quanto fin’ ora sperimentato e appreso.

Ma tutto questo non si improvvisa.

Si apriva la necessità impellente di affrontare ed elaborare scenari inediti e cambiamenti rispetto ai quali, anche la tradizione culturale della nostra professione (in Italia), ci aveva resi poco flessibili.

Forse e’ utile recuperare un po’ di memoria sull’imprinting, che le regole e i limiti normativi hanno determinato nella formazione e nella pratica professionale della mia generazione.

Ho iniziato a lavorare a Roma nel 1986, quando l'ordine degli psicologi non esisteva ancora in Italia.

L'ordine, che regola la professione di psicologo e psicoterapeuta, è stato istituito per legge nel 1989.

E’ quindi necessario riflettere su come la pratica della psicoterapia online sia stata recepita sia dal nostro Ordine professionale che dalle varie associazioni di psicoterapia.

Ancora nel 2002, (G/256 del 20/4/2002) una delibera dello CNOP vietava espressamente l’utilizzo di tecnologie online nella pratica professionale e, sia nel 2003 e ancora fino al 2013 si era espresso limitando le possibilità di erogare un servizio di psicoterapia online

salvo limitate eccezioni (vedi l’Ordine degli Psicologi della Lombardia che nel 2012, organizza un gruppo di lavoro su “Psicologia e nuove tecnologie”, da me contattati nel gennaio 2013, nell’imminenza del mio trasferimento in Spagna e del progetto che necessariamente stavo prevedendo di dover lavorare esclusivamente online.)

 

Dobbiamo arrivare al 2017 perche’, a livello nazionale, il CNOP rediga, per la prima volta le linee-guida sulla psicoterapia online, prevedendo una sua “possibile” inclusione nelle prassi psicoterapeutiche correnti.

 

In Italia, dunque, il dibattito, ma, soprattutto la ricerca, appaiono ancora isolati e ristretti solo ad alcune nicchie e poco collegati al dibattito ed alla letteratura internazionale.

Mi trovo a constatare quanto sia stata per anni sottovalutata o addirittura ignorata la sfida, per i professionisti, di cimentarsi con la pratica della psicoterapia online, allestendo e promuovendo spazi di studio, ricerca, confronto, dibattito, piuttosto che concentrarsi sulla mera attenzione agli aspetti di pratica e/o specificita’ delle piattaforme utilizzate.

La psicoterapia a distanza e’ tutt’altro che un semplice spostamento “dalla stanza allo schermo”, ne’puo’ essere mera pianificazione metodologica, apre bensi’ alla necessita’ di formulazione di nuovi modelli teorici da pensare, proporre e predisporre nella pratica clinica e di riflessioni continuative sugli effetti, le dinamiche, le sorti della relazione con il paziente.

A quel punto, mi rendo conto della mia IMPROVVISAZIONE e, con urgenza mi metto a cercare (ed attivare?) un ancoraggio teorico e di esperienze in quella…"rete grande quanto il mondo" che e’ il world wide web, cercando di capire, innanzitutto, se la pratica della “EPsychoterapy fosse fruibile-declinabile-coerente nella pratica della psicoterapia ad indirizzo analitico.

Negli Stati Uniti si incominciò a discutere della "telephone analysis" fin dalla metà del 1900.

Paolo Migone, nel lontano 1999, sollecita riflessioni, ricerca e confronti di esperienza sulla necessita’ di mettere a punto la teoria al passo con la rivoluzione che l’utilizzo di internet sta imponendo ai nostri modi e modelli consueti di comunicare e di vivere, sfruttando la possibilità che internet offre di aggiungere il video in tempo reale (tipo video-conferenza, o tramite programmi ormai molto diffusi come Skype con entrambi i partner virtualmente presenti come fossero assieme in una stanza.

Insomma, una vera rivoluzione!

 

Nel 2013 mi sono trasferita in Spagna, dove ho richiesto il riconoscimento del titolo professionale ed ho effettuato l’iscrizione all’ordine spagnolo.

Ho iniziato a preparare i miei pazienti molto prima che questo cambiamento si realizzasse.

E’ stato un periodo durissimo sul piano umano, emotivo e professionale e molto ho riflettuto sulla peculiarità di questo nostro mestiere, su quanto forse poco siamo attrezzati ad affrontare scelte improvvise di cambiamento che la vita ci pone, sempre certamente destabilizzanti  per tutti ma, relativamente al nostro lavoro, forse di più.

Ci sono voluti circa due anni.

Con alcuni di loro ho previsto il tempo, già annunciato e concordato della conclusione del loro percorso.

Con altri abbiamo lavorato alla elaborazione di questa separazione “fisica” ma con la prospettiva e la possibilità che il nostro percorso potesse continuare online.

Questi due anni, sono stati fondamentali per loro e per me.

Piano piano con ognuno di loro abbiamo dato forma e parole ad una possibilità anche se ancora non ad un progetto, ma questo non ci era dato ancora poterlo definire.

Dal 2014 quindi ho iniziato a lavorare esclusivamente online.

A quel punto, inoltre, ero anche io una “espatriata e quella che, fino a quel momento, ma già da circa 5 anni, avevo intrapreso come esperienza di lavoro a distanza con italiani residenti all’estero, accettando le richieste di persone che mi venivano inviate attraverso il consueto passaparola fra colleghi o altri pazienti, si è rappresentata come la possibilità di diventare un progetto.

Così nasce la scelta del mio sito/luogo: UN ASCOLTO POSSIBILE

L’allestimento del sito ha richiesto la collaborazione di amici /addetti ai lavori relativamente agli aspetti tecnici e grafici e la elaborazione e confezione dei contenuti da parte mia.

Ricordo che si e’ trattata di una gestazione difficile.

Mille dubbi, mille incertezze, esitazione e reticenza a mostrarmi, apparire, presentarmi.

Sentivo di espormi, fuori da una mia “zona sicura”.

Sempre piu’ impellente e necessario continuare a cercare seguendo le tracce di quelli che avevano cercato prima di me, ma anche, cercando di tracciare la mia traccia.

Sempre leggendo Migone, una sua considerazione, ricordo, mi ha suggerito una direzione che mi e’ parsa di grande portata, perche’ sembrava cor-rispondere ad una domanda coincidente con qualcosa su cui spesso mi arrovellavo e che aveva a che fare con il “porre domande”.

Siamo troppo spesso certi di avere risposte anche a domande che non ci siamo mai poste o per le quali le risposte sono gia’ disponibili.

Ci persuadiamo, rassicurandoci, di detenere un sapere, una conoscenza alla quale continuiamo a riferirci ed affidarci nella nostra quotidiana pratica professionale.

L’analista Leon Saul,scrisse piu’ di mezzo secolo fa, nel 1951   su Psychoanalytic Quarterly: “«Tutto il pensiero è limitato dall'inerzia. Noi pensiamo nel modo con cui ci hanno insegnato a pensare”.

 

Si sopisce cosi’, si “riposa soddisfatta” una istanza di curiosita’ ed esplorazione, sia emotiva, sia intuitiva, sia intellettuale per privilegiare spesso la necessita’ di conformita’ e coerenza.

 

Cioe’, quello che sappiamo o crediamo gia’ di sapere, si costituisce spesso come il principale ostacolo a cercare quello che ancora non sappiamo.

“…Le domande “vere” maturano col tempo, vengono fuori se trovano spazio, accoglienza. Se si sentono attese…”  (MAURO LEONARDI).

 

Per esempio, tornando a Migone, lui scrive: “…Quello che ha sempre stimolato il mio interesse, direi mi ha quasi affascinato, è il modo con cui vedevo certi colleghi affrontare e discutere la questione della psicoterapia o della psicoanalisi on-line.

Mi interessava il loro modo di affrontare questo "nuovo" oggetto, il loro modo di teorizzare le somiglianze o differenze con la psicoterapia tradizionale (quella, se così si può chiamare, off-line), il loro dichiararsi favorevoli o contrari alla terapia con Internet e perché…….

…Quello che insomma mi interessava veramente era ciò che stava dietro a questo fenomeno, nel senso che per me la psicoterapia on-line era estremamente interessante perché costringeva a riflettere su quello che essa non era, cioè sulla psicoterapia in generale, fuori da Internet.

Il modo con cui veniva affrontata la psicoterapia on-line metteva a nudo, a volte impietosamente, il modo con cui veniva concepita e praticata la psicoterapia non on-line, ad esempio le sue stereotipie, la sua tecnica ritualizzata o ossificata (questa sì "senza teoria", cioè senza vita, in cui il legame tra teoria e tecnica era andato perduto), e quindi una concezione del setting che comportava errori tecnici anche nella psicoterapia non on-line ….

…. in modo stereotipato e a volte autocontraddittorio, in cui si procede per asserzioni non dimostrate o dando per scontate delle regole formali della psicoterapia senza interrogarsi in modo coerente sul loro senso all'interno della teoria della tecnica ….

…… Certe autocontraddizioni, certe modalità (a mio modo di vedere, errate) di concepire il lavoro con i pazienti, a prima vista possono non emergere chiaramente se ci si appoggia a un modo tradizionale di lavorare, ma saltano subito agli occhi appena si è messi di fronte a una situazione nuova, dove chi non ha gli strumenti concettuali adeguati non può più mascherarlo, perché ad esempio non riesce ad avere la necessaria elasticità tecnica a causa delle categorie concettuali in cui è imprigionato, che dipendono dal modo in cui gli è stata insegnata la psicoterapia….” (P.Mingone In: Psicoterapia e Scienze Umane, 2003,)

Mentre gia’ a partire dagli anni 2000, la letteratura internazionale aveva generato pensiero, confronto, dibattito sulla pratica della psicoterapia online, si stima che in Italia, solo uno psicologo su quattro avesse appena “qualche dimestichezza” con questo specifico setting.

 

POI ARRIVA IL … DOPO

 

Sono passati 7 anni e arriviamo al 2020: LA PANDEMIA
Da ascolto possibile ad: unico ascolto possibile.

Essendo vero che: "la necessità è madre delle arti, tanti di noi, fino ad allora o scettici, o contrari alla pratica della professione online, sono stati costretti, per tutelare la continuita’ di cura, al ricorso ai telefoni e ai computer per effettuare le sedute di terapia con i pazienti, soprattutto in un momento in cui, l’emergenza sanitaria stava determinando inevitabilmente l’emergenza psichica, una sorta di “resa” tuttavia inevitabile.

Tuttavia, dalla pandemia-emergenza in poi, e’ accaduto che, una “pratica”, accettata per necessita’, si e’poi diffusa ed e’ stata indiscriminatamente accettata e praticata in virtu’ della sua diffusione.

 

E, a quel punto, l’Ordine l’ha sdoganata senza alcun controllo e senza sollecitare l’urgenza e la necessita’ per tutti noi (tanti, vecchi e nuovi, soprattutto nell’area della psicodinamica) di inaugurare luoghi dedicati di formazione, riflessione sulla sua efficacia, ricerca, dibattito.

 

E'allora e' accaduto che, come era prevedibile, il marketing intercettasse immediatamente la richiesta emergente del “pubblico target “, riconoscendo cioe’ a quale bisogno, aspettativa ed esigenza era utile corrispondere, predisponendo strategie ed allestendo campagne di marketing mirate.

Assistiamo all’esordio, con straordinaria accelerazione del Marketing per psicologi, incentivato, non solo da una richiesta crescente da parte delle persone, di aiuto e supporto psicologico, ma anche, a seguito di una crescente competizione e concorrenza, dalla esigenza dei colleghi di proporsi e distinguersi nel mercato, sempre piu’ affollato della terapia online.

 

Quanto questa de-regolarizzata accettazione ha contribuito-consentito la massiccia proliferazione delle piattaforme di telepsicologia?

E’cosi’ che il paziente e’ diventato un “cliente”?

Fatta salva la necessita’ di “essere sul mercato”, quanto e’ fondamentale la consapevolezza che le logiche di mercato vanno identificate, differenziate e “scelte” nell’essere proposte?

Quanto e' quindi fondamentale saper scegliere COME ESSERCI?

Questo perche’ e', ovviamente, completamente diverso l’approccio delle persone alla ricerca, se stanno scegliendo di comprare un bene o un servizio, o stanno cercando di contattare un professionista di cura.

Le piattaforme di TELEPSICOLOGIA hanno invece allestito strategie e campagne di marketing spregiudicate e, talvolta, volgari, con l'unico obiettivo di vendita e profitti.

Abbiamo assistito e stiamo assistendo alla  commercializzazione della PRESTAZIONE PSICOTERAPICA, come prodotto fruibile di consumo: offerte di sconti 3x2- offerte speciali, la ormai famigerata campagna: " acquistando almeno 10 euro di prodotti Chilly in regalo due sedute con psicologia online" promossa dalla piattaforma UNOBRAVO, e, che solo alcuni ordini regionali, ma non risulta l'Ordine Nazionale (solo a seguito di numerose segnalazioni indignate, il CNOP pubblica un comunicato) si affrettano a denunciare con indignazione.

E ancora: ai pazienti viene fatto compilare un questionario sulla base del quale vengono associati a un terapeuta con un algoritmo.

E ancora: sia UNOBRAVO che SERENIS propongono nella piattaforma la funzione: “condividi con un amico”, tipica degli e-commerce online, per cui, a ciascun profilo viene offerto un codice sconto per gli amici e, chi ha inviato il codice, a sua volta otterra' una seduta gratuita.

Tutto questo per documentare "l'inaudito", per riflettere e commentare quanto il marketing (se non e' etico) possa ghermire i nostri bisogni, convogliando e manipolando, con suggestioni insidiose, le nostre scelte, anche e, forse, soprattutto quando siamo piu' fragili, o bisognosi o sofferenti.

Dopo questa forse eccessiva digressione, vorrei tornare al mio "titolo":

LA PSICOTERAPIA ONLINE NON SI IMPROVVISA

Infatti, questa de-regolarizzata acquiescenza, interessa, in modo rilevante anche gli altri soggetti coinvolti: i professionisti della cura.

Colleghi giovani e meno giovani che, a seguito della crescente competizione e concorrenza esercitata in modo massivo, si sono risolti a candidarsi a queste piattaforme, accettando, tra l'altro, la formula insidiosa della partita IVA (i professionisti vengono pagati tramite fattura) lavorando di fatto come dipendente senza le relative tutele, e con la difficoltà di gestire l'autonomia lavorativa.

E cosi, quanti di noi che hanno sempre lavorato in presenza o molti di noi che sono all'esordio (mentre infatti  e' necessaria una specializzazione quadriennale in psicoterapia, supportata da supervisioni e tirocini tutorati, per poter esercitare la psicoterapia, alcune piattaforme possono richiedere l'iscrizione dal 3° anno di una scuola di specializzazione in psicoterapia) si passa dalla stanza allo schermo senza alcuna  formazione specifica sulle dinamiche peculiari  della cosiddetta telepsicoterapia.

Indicare come necessarie solo le "competenze tecnologiche" cosi' come viene spesso suggerito dall'ordine, farebbe sorridere, se non fosse evidentemente paradossale, essendo la pratica della psicoterapia online molto piu' faticosa in virtu' dei molteplici aspetti di un allestimento coerente del setting come "setting interno" dell'analista.

Si tratta infatti di una riformulazione integrale della modalita' abituale di essere con il paziente, noi e loro, ciascuno nel suo mondo e nel suo luogo con tutto quello che cio' determina nella esperienza del tranfert e controtransfert.

Quello che cambia e' il contenitore della relazione, quei canoni e confini fisici e psichici che identificheranno il luogo dell'incontro, della accoglienza-ascolto protetto della fragilita' e della sofferenza.

Questo comporta, ad ogni nuovo incontro: scegliere a che cosa

prestare attenzione e scegliere che senso e significato attribuire all'esperienza di quell'incontro per accoglierlo.

 

LA PSICOTERAPIA ONLINE NON SI IMPROVVISA